Cooperare nell’era della globalizzazione
Le attività di cooperazione di Terra Nuova si svolgono in un contesto internazionale caratterizzato da:
1. Gli effetti prodotti dalla globalizzazione della produzione e del mercato governati dalle imprese transnazionali e dai centri di interesse ad esse vincolati attraverso la concentrazione di sempre maggiori poteri in piccoli gruppi;
2. La diffusione di un nuovo disordine internazionale che ha i suoi punti caldi in Africa e Medio Oriente, con conflitti che si protraggono da decenni e che si stanno estendendo all’intero pianeta con l’aggressione militare, che minaccia e provoca l’esodo di intere popolazioni;
3. La liberalizzazione dei flussi internazionali di capitale e degli scambi commerciali, la finanziarizzazione dell’economia, la precarizzazione e la flessibilizzazione del lavoro, la deregolamentazione e le privatizzazioni a discapito dei settori più deboli e svantaggiati;
4. L’aumento delle povertà e delle disuguaglianze come effetto strutturale di politiche commerciali e di sviluppo a livello internazionale, fino all’impoverimento di intere nazioni;
5. La riduzione del ruolo e dell’autonomia degli Stati nazionali e degli interventi pubblici;
6. Il progressivo indebolirsi della funzione di rappresentanza e negoziazione del sistema delle Nazioni Unite, con il sostanziale fallimento delle grandi conferenze;
7. Il rapido deterioramento delle condizioni ambientali in molte parte del Mondo, dovuto troppo spesso ad attività produttive devastanti e insostenibili imposte dai grandi gruppi transnazionali e, soprattutto, ad a un modello di sviluppo centrato sull’iperconsumo energetico e delle risorse naturali, che i governi nazionali non sembrano capaci – o non vogliono – frenare;
Quale cooperazione e con chi?
Per quanto riguarda la cooperazione pensiamo che gli aspetti principali da considerare siano:
1. Il ridimensionamento nei fatti dei diritti umani fondamentali e dello stesso concetto di universalità di questi.
2. L’applicazione del principio di sussidiarietà piegato alla logica liberista e di supremazia del “privato” (inteso come sfera del mercato e dell’iniziativa di impresa) rispetto al ruolo dello Stato nazionale e delle istituzioni sopranazionali, legittima la fine dell’universalità dei diritti fondamentali e formalizza l’inevitabilità delle disuguaglianze e delle ingiustizie;
3. Una crescente disintegrazione dei tessuti sociali e delle identità collettive con conseguente perdita di identità e di legittimità delle istituzioni e delle organizzazioni rappresentative (in primis i partiti, ma anche le organizzazioni sindacali e di rappresentanza indigena, le organizzazioni di secondo livello, ecc.);
4. Le economie dei paesi ricchi sono spesso segnate dalla recessione, che sta evidenziando una crisi e perdita di consenso dello stesso modello neoliberista ed una evidente crisi di legittimazione delle sue istituzioni globali (WTO, FMI,Banca Mondiale);
5. Un esasperarsi a livello internazionale e locale dello scontro di interessi per il predominio sulle risorse energetiche (petrolio, diamanti, coltan, ecc.), naturali (in particolare l’acqua) e fito-genetiche (in particolare il controllo sulle sementi e sulla ricchezza della biodiversità).
6. Il fallimento dell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo e di una cooperazione internazionale sempre più evidentemente piegata agli interessi della globalizzazione neoliberale. Gli aiuti appaiono spesso come mezzo propedeutico – e marginale ammortizzatore – rispetto agli interessi economici e creditizi del nord. Recentemente, l’emergenza e della sicurezza sostiene formule di marketing del bisogno a scapito della centralità del diritto.
7. La preminenza di un “cartello” della cooperazione internazionale e dell’aiuto umanitario (formato da consorzi o singole ong giganti) che hanno introiettato la logica e la modalità di azione delle imprese trasnazionali, controllando la maggior parte dei flussi dell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo ed egemonizzando i rapporti con gli organismi internazionali e con le agenzie nazionali della cooperazione allo sviluppo e per l’emergenza.
8. La centralità dell’intervento (e del progetto) di per sé, come prodotto replicabile (a mo di un kit multiuso) ed esportabile in contesti anche molto diversi, proprio in quanto disarticolato dai processi di trasformazione locali e dalla lenta costruzione di società alternative.
9. La priorità data alla ricerca esasperata delle forme di finanziamento rispetto all’ideazione e l’elaborazione del progetto, dei presunti “tecnicismi” rispetto all’esperienza nella cooperazione, del protezionismo corporativo, sono perfettamente funzionali all’approccio imprenditoriale e sono sussidiari agli interessi della globalizzazione neoliberale. Gli “esperti”, i “professionisti” dell’emergenza, della lotta alla povertà, della sicurezza alimentare sono generalmente in sintonia con le priorità stabilite da donors preoccupati più della loro visibilità che della reale qualità degli interventi ed ormai lontani (spesso antagonisti) a molti dei soggetti e degli attori che stanno costruendo nuove forme di democrazia, di politica, di solidarietà e di co-operazione.
10. Il progressivo cambio di pelle delle ONG, incluse quelle italiane. “In parte sono diventate delle Agenzie non governative (alcune paragovernative: le Gongo, Governamental Organized Ngo) o delle imprese (naturalmente sociali) specializzate nella redazione di progetti e a seconda dei casi anche nella loro realizzazione. Ce ne sono anche di serie, impegnate, coerenti, che cercano di non dimenticare che esiste la politica e che fare cooperazione allo sviluppo non significa solamente eseguire o farsi affidare dei progetti. Queste Ong rappresentano ancora il meglio della cooperazione italiana; organizzazioni motivate, radicate, valide… Altre Ong, invece si sono vendute l’anima, a volte senza saperlo. Sopravvivono stancamente a se stesse tra un finanziamento e l’altro. Per molte di loro il progetto è solo come far campare la struttura. In svariati casi si è passati dal collateralismo degli anni ottanta e dal consociativismo degli anni novanta a una sempre maggiore cooptazione subalterna nelle istituzioni… Tutte le Ong italiane hanno un problema di identità: la trasformazione “professionistica” e imprenditoriale, la dipendenza dalle istituzioni (i bilanci di gran parte di loro dipendono per l’80, 90% dai fondi pubblici) e la perdita di radicamento nella società civile ha trasformato una parte di queste in qualcos’altro. Agli appuntamenti di politica internazionale che hanno fatto scattare la mobilitazione e la solidarietà popolare…molte Ong sono arrivate tardi e in posizione di basso profilo: non per orientare e influenzare queste mobilitazioni dell’opinione pubblica, ma per ricavarne progetti da presentare ai donatori “1.
11. L’oggettiva caratterizzazione di “residualità” da parte dei donatori rispetto a quelle Ong che, per scelta o per incapacità, sono fuori dai parametri di ammissibilità/priorità dettati dal mercato della cooperazione internazionale e che quindi, a tutti gli effetti, costituiscono degli “esuberi” da espellere dallo stesso mercato.
Ma ci sono anche aspetti estremamente positivi oggi per quante/i si vogliano impegnare nella solidarietà e nella cooperazione:
1. La crescita e il consolidamento di esperienze di costruzione di alternative, di resistenze variegate al sistema neoliberista, l’aumento della necessità di partecipazione, l’aumento di comitati, associazioni, gruppi, sindacati, reti che, prendendo in mano e in prima persona i propri bisogni e/o desideri di un futuro diverso e migliore, danno luogo a costruzioni sociali in grado di edificare concrete e possibili alternative all’attuale modello distruttivo imperante; la crescita del numero di persone che afferma che la situazione non è irrimediabile, che ognuno nel suo piccolo può fare qualcosa di utile.
2. Una maggiore sensibilizzazione dell’opinione pubblica rispetto agli effetti negativi del modello di sviluppo neoliberista e produttivista (salvaguardia dell’ambiente, sicurezza alimentare, difficile gestione della tecnologia più avanzata, ecc.).
3. La presenza assolutamente nuova ed in crescita di un movimento di movimenti che agisce e si confronta sulla base di una critica alla globalizzazione neoliberista e, sempre più, ad una opposizione netta alla guerra. Che sta sperimentando, a livello micro e macro (secondo un ottica glocale, ossia globale e locale) alternative al modello neoliberista. Come ha detto nel 2002 l’economista statunitense Mark Weisbrot in un seminario del Forum Mondiale di Porto Alegre, “dobbiamo pensare all’alternativa non come un modello, ma al risultato di una discussione pubblica, includente…”. Il movimento globale è più che la sommatoria dei movimenti che lo compongono, e contiene tre aspetti fondamentali: saperi, pratiche (fare società) e capacità di lettura complessiva.
In questo contesto, per le associazioni di solidarietà e co-operazione è possibile riaprire uno spazio di confronto sui contenuti politici alternativi al neoliberismo? Ed è possibile costruire nuovi strumenti e nuove pratiche per supportare la costruzione di società e relazioni internazionali eque, ossia per fare meglio la cooperazione?Noi siamo convinte/i di sì.
E’ comunque prioritario ricentrare la cooperazione sui valori, affinché questi siano gli elementi fondanti e discriminanti per determinare sia le alleanze che la stessa operatività in modo da condividere effettivamente la costruzione di nuove democrazie e nuove pratiche politiche:
- Intangibilità della vita umana.
- Universalità e inalienabilità dei diritti umani.
- Ripudio della guerra che in nessun caso può essere considerata lo strumento per risolvere controversie internazionali o per sostenere il predominio di interessi economici e geopolitici.
- Il disarmo e la messa al bando di tutte le armi, ovunque esse siano
- Ripudio del fanatismo, del fondamentalismo e della xenofobia, dell’aggressione e della discriminazione per motivi etnici, religiosi o di genere.
- Preservazione degli ecosistemi esistenti e ripristino di quelli deteriorati per garantire il benessere delle società umane e il rinnovamento delle risorse naturali a favore delle generazioni future. Rispetto per la vita animale. Inammissibilità degli organismi geneticamente modificati in ambito agroalimentare e forestale. Principio di precauzione per le manipolazioni genetiche a fini curativi.
- Primato degli interessi dell’umanità: materiali (cibo sano e sufficiente, acqua potabile e sufficiente, benessere psicofisico, garanzia di un reddito minimo di cittadinanza) e immateriali (educazione, cultura/identità, spiritualità, diritti politici e di cittadinanza), rispetto agli interessi dell’economia di mercato.
- Primato dell’equità (sociale, generazionale, di genere) nell’accesso e gestione delle risorse e dei beni.
- Centralità della Politica (“fare società”) rispetto al progetto inteso come prodotto e risultato sufficiente a se stesso.
- Primato di una nuova cultura delle relazioni internazionali, del co-operare, dell’aiuto pubblico allo sviluppo come strumenti in grado di rispondere agli interessi ed ai bisogni espressi dalle nuove società e dalle nuove reti in costruzione.
- Primato dei sistemi di commercio centrati sulla garanzia di un reddito equo e sulla salvaguardia dei diritti – ed in particolare della salute - dei produttori/trici e dei consumatori/trici, sulla rinnovabilità delle materie prime impiegate, sulla promozione di sistemi di autorganizzazione per i produttori/trici, sul consumo critico.
- Centralità della legalizzazione, applicazione ed esercizio dei diritti (economici, sociali, culturali, di cittadinanza) dei migranti e del dovere dell’accoglienza da parte delle società ospitanti.
- Centralità nelle associazioni della modalità di funzionamento partecipativa, inclusiva ed orizzontale basata sulle persone, sui propri/e soci/e, collaboratori/trici, partner, amici/che, rispetto al modello di funzionamento aziendale e gerarchizzato volto soprattutto ad ottimizzare la realizzazione e collocazione di un prodotto adeguato alle leggi del mercato dominante e volto alla difesa dalla concorrenza.
Per Terra Nuova è necessario applicare questi principi e vagliare le alleanze/collaborazioni e la stessa azione secondo le suddette discriminanti:
- Aderire e partecipare attivamente alle reti, campagne, iniziative che, in Italia/Europa e nei paesi ove si è presenti, si oppongono alla guerra come mezzo volto a garantire interessi economici e geopolitici.
- Affermare sempre e dovunque una cultura di pace, condizione irrinunciabile per la cooperazione e la convivenza fra i popoli, le comunità, le culture, gli uomini e le donne e per la salute del pianeta. L'impegno e la mobilitazione dell'associazione in questa direzione, è un segno di coerenza con i nostri principi e le nostre pratiche e di responsabilità nei confronti di quell’Europa dei cittadini/e cui vogliamo partecipare alla costruzione.
- “Esplorare una nuova centralità della politica, atta a sanare la separazione tra progetti e processi di trasformazione…capace di generare una nuova sintesi tra tecnica e politica…L’inserimento della dimensione politica nella formulazione e realizzazione delle nostre attività, è fondamentale per contribuire ed incidere negli attuali processi di cambiamento. Senza un sistematico lavoro di ricostruzione delle identità collettive e degli spazi di partecipazione democratica “dal basso”, a partire dai territori in cui si sviluppano le nostre azioni, queste corrono il rischio di ridursi a testimonianza, a rimanere preda di quella logica compensatoria e assistenzialista che si è imposta nell’orientamento strategico della cooperazione internazionale, sotto la formula per esempio della “riduzione della povertà”. La politica, pertanto, si configura come un elemento di sostenibilità dei progetti, del Progetto Associativo; come un pilastro esplicito, non sottointeso, e che predetermina. Stiamo parlando di una differente concezione della politica, non più orientata al rafforzamento dei soggetti “di per se” ma una costruzione dal basso del tessuto sociale e democratico, di democrazia partecipativa e di articolazione di reti ed alleanze; di una politica in cui la dimensione territoriale assume un’importanza strategica. La crisi della democrazia rappresentativa e la ridefinizione delle letture rispetto alla costruzione di spazi territoriali e dei protagonismi sociali emergenti, entrambi prodotti dell’attuale modello economico, sono in effetti due coordinate fondamentali per ridefinire il nostro posizionamento ” 2
Di conseguenza e come risultato di quest’approccio, che deve esplicarsi sia all’estero sia in Italia/Europa, dobbiamo e vogliamo identificare quelle iniziative, quelle collaborazioni ed alleanze maggiormente atte a favorire articolazioni e interscambio tra attori e reti a livello continentale e in sinergia con l’Italia/Europa. Sebbene oggi come in passato le attività di Terra Nuova siano sempre azioni concertate e realizzate in sintonia con interlocutori, organizzazioni e movimenti locali, in questi anni - per effetto della globalizzazione - le iniziative progettuali si sono rivelate sempre più come delle azioni complementari a processi complessi e articolati.
In altre parole, si può dire che l'impatto dei progetti di Terra Nuova si è al tempo stesso ridotto ed ampliato. Ridotto nella dimensione locale, laddove troviamo una serie di altre iniziative di cooperazione o grossi investimenti privati che modificano relazioni sociali e culturali, situazioni ambientali, rapporti economici molto più profondamente di quanto non sia in grado di farlo un nostro progetto (intendendo dei nostri partner e di Terra Nuova). Ampliato nella dimensione globale, nel momento in cui le nostre iniziative supportano la "messa in rete" delle organizzazioni di base, o il rafforzamento della loro capacità di intervenire nelle reti tematiche e rendere visibile il progetto locale alternativo ai modelli imposti dal mercato. Si potrebbe dunque dire che la forza delle nostre iniziative è nella loro capacità di significare alternativa e comunicare organizzazione e riflessione da diversi luoghi del pianeta in opposizione alle logiche mercantilistiche di appropriazione delle vite, dei territori, delle risorse e dei saperi.
Dobbiamo e vogliamo collaborare ad un monitoraggio sociale dell’operato delle istituzioni finanziarie internazionali (FMI, BM) per il ruolo che hanno avuto e continuano ad avere nell’applicazione di modelli e politiche neoliberiste nel mondo, fonte di profonde crisi economiche e sociali, così come partecipare al monitoraggio degli orientamenti e dell’azione delle varie agenzie dell’ONU e degli organismi internazionali.
Così come consideriamo necessario partecipare a quelle Campagne nazionali ed internazionali e quelle reti/piattaforme tematiche che meglio si prestino a rendere effettiva la pratica del confronto, della comunicazione, dell’interazione con altri attori e soggetti per “fare” denuncia, mobilitazione, proposta e per ampliare conoscenza.
Necessità di alleanze e partnership. Per poter rilanciare con gli enti finanziatori, con il parlamento italiano, con il parlamento europeo un confronto e un pressing sui contenuti, i valori, le priorità e le modalità connesse alla cooperazione ed alle relazioni internazionali è prioritario collegarsi ed interagire con i movimenti e con gli attori sociali. In modo che questi inseriscano nella propria agenda politica anche l’importanza di portare avanti una cooperazione equa, ossia proporzionata alle concrete esigenze ed agli effettivi interessi delle società locali.
Ciò significa anche impegnarsi a costruire una nuova coalizione tra quelle associazioni che si riconoscano negli stessi valori, nelle stesse discriminanti di fondo, nelle stesse pratiche ma uscendo dal corporativismo dell’ONG “idonea” per coinvolgere altri soggetti interessati a partecipare alla co-operazione come strumento per fare società nuove.La comunicazione. Nell'ambito della costruzione di società non solo genericamente più giuste, ma anche più pulite, più sane, più attente alla qualità della vita, plurali e in pace fra loro, libere dalla fame e dallo sfruttamento, la comunicazione dovrebbe essere qualcosa di naturale per chi lavora alla cooperazione. Ma oggi ciò si rivela ancor più necessario, vitale. I vari incontri internazionali e nazionali (in particolare quelli legati ai Forum Sociali) e il moltiplicarsi delle occasioni di incontro e confronto lo dimostrano.
Un organismo di cooperazione internazionale dovrebbe essere quindi l’organizzazione meglio “attrezzata” a canalizzare, confrontare, mettere a disposizione nuove competenze, nuove conoscenze, nuove pratiche nelle società in cui opera.