Bamako - Ouagadougu: stessi spari nella notte

29 gennaio 2016 - Gli attentati a Bamako e a Ouagadougu sono stati spesso bollati dai media occidentali come "scontro di civiltà". Ma la verità si trova scavando certamente più a fondo, tra i molti interessi alla destabilizazione.

Bamako, 20 novembre 2015. Un assalto nella sera contro l’hotel Radisson, nella capitale del Mali, provoca 27 morti tra stranieri e maliani. L’operazione si conclude  con le truppe scelte francesi che entrano in piena notte nell’hotel dove i terroristi tengono in ostaggio decine di persone. Sgomento, stupore, dolore. Nonostante il Mali dal 2012 sia in balia di un conflitto drammatico, apparentemente nessuno pensava ad un’azione di guerra nella capitale. La rivendicazione arriva poco dopo la conclusione del tragico attacco: si assume la paternità Al Mourabitoun, una formazione affiliata (ma anche autonoma) a Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI) guidata da Mokhtar Belmokhtar, un algerino che ha passato tutta la traiettoria dei GIA ed altri feroci gruppi armati jihadisti nel Sahel.

Ouagadougu, 15 gennaio 2016. Con una dinamica analoga, l’hotel Splendid e il limitrofo bar Le  Capuccino nel centro della capitale del Burkina Faso sono presi di mira da un commando di terroristi. Il bilancio è pesante: 29 morti e più di 30 feriti. Anche in questo caso, la rivendicazione è di Al Mourabitum  e AQMI. Ancora più inaspettato questo attentato, è certo da leggere all’interno del contesto degli attentati di Parigi e Bamako, ossia seminare terrore puro e colpire gli europei, ma anche all’interno di una dinamica di rivalità tra gruppi jihadisti che restano fedeli al "marchio" Al Qaeda ed altri che si stanno posizionando come azionisti del più promettente - in questo momento - Daesh/ISIS. Ma un’analisi interessante e più acuta è quella che propone il sito web La Dépêche d’Abidjan che propone un'interpretazione meno superficiale e "generalista" (ossia: l’assalto all’hotel di Ouagadougu come risultato di una strategia globale, per la quale "un posto vale l’altro" pur di seminare il terrore e guadagnare le prime pagine dei giornali), ma invece illumina la sostanziale concomitanza di interessi di Al Mourabitoun e di Blaise Campaoré, ex-presidente della Repubblica e oggi rifugiato in Costa d’Avorio. Infatti se l’attentato all’hotel (e un precedente scontro a fuoco nel nord del Paese, verso il confine con il Mali) si dà il 15 gennaio, quindici giorni prima si era insediato il nuovo presidente della repubblica eletto, Roch Marc Christian Kaboré. L’articolo menzionato parte dal fatto che Mali, Burkina Faso e Costa d’Avorio sono paesi fortemente legati, non solo in quanto confinanti, ma anche perché sono politicamente influenzati l’un dall’altro. Dopo le rivolte dell’ottobre 2014, il golpista Blaise Campaoré (che aveva preso il potere in un putch militare contro il presidente Thomas Sankara, di cui pure Campaoré era collaboratore, nell’ottobre 1987 e che era rimasto al potere per 27 lunghi anni) si è rifugiato in Costa d’Avorio, dove ha molte influenze ed interessi e nel Burkina Faso si sono svolte elezioni, ma anche un tentativo di colpo di stato dei militari ancora legati all’ex-presidente. Insomma: una situazione interna ancora molto fluida, con forti interessi di destabilizzazione sia ovviamente dei gruppi terroristici ma anche di altri attori locali e regionali. Interessi che sembrano voler attanagliare nella paura e nel passato le popolazioni che combattono per la democrazia.

Le vittime quindi non sono solo gli occidentali, ma la gente del posto. E’ lo sguardo europeo, tutto rinchiuso in una visione da “scontro di civiltà”, che si vuol vedere come unica vittima preordinata del nuovo Saladino nonché al centro dei giochi planetari, quando forse cercare di capire davvero quel che ci succede sotto i piedi sarebbe l’atteggiamento più lungimirante. 

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