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Giornata della memoria: i prigionieri politici tra le vittime dimenticate

Il 27 gennaio, anniversario della liberazione del campo di Auschwitz, sarà celebrata la giornata della memoria. L’agghiacciante tenebra dell’olocausto degli ebrei sarà - giustamente! – “illuminata” rendendo, però, forse più cieca l’ombra delle altre vittime del nazismo dimenticate dalla storia. Si tratta di Rom e Sinti, omosessuali, testimoni di Geova, portatori di handicap, malati mentali... e, non da ultimi, i prigionieri politici.

Un appassionato articolo di Aldo Cazzullo uscito sul Corriere delle sera si è interessato a questo tema, sotto la spinta della pubblicazione del libro Voci dal lager. Diari e lettere di deportati politici 1943-1945 (Einaudi), scritto da Mario Avagliano e Marco Palmieri, già autori di un altro, toccante, volume sulle vicende degli internati militari e degli ebrei italiani perseguitati.

Attraverso il “mosaico delle scritture private” l’antologia ricostruisce la storia dei 24 mila deportati politici italiani rinchiusi nei campi di concentramento tedeschi.

Un triangolo rosso all’altezza del cuore li distingueva dagli ebrei, costretti a portare la ben nota stella di David.

Circa la metà di essi morirono nei lager di Dachau, Mauthausen, Buchenwald, Bergen-Belsen, Flossenbürg e in quello femminile di Ravensbrück.

Erano partigiani, antifascisti, resistenti civili. A volte, semplici scioperanti. Sovente, lontani anni luce dalla lotta armata. Eppure, collaboratori sostanziali della resistenza. Ombre del passato cui dobbiamo il nostro presente.

Tante, almeno 1.500, le donne: altra parte fondamentale e spesso dimenticata della nostra storia. Staffette, curatrici, spie più o meno insospettate, guidatrici di rivolte (come succedeva, ad esempio, quando Roma era città aperta), procacciatrici di cibo sul mercato nero e distributrici di giornali “proibiti”.

Uomini e donne qualunque che volevano porre rimedio a una situazione di endemica ingiustizia. Avevano forse intuito che è l’inazione il peggiore dei crimini. E che non basta eliminare i “mostri per risolvere i conflitti” ma che bisogna contestualizzare le situazioni, capire ed eliminare le cause dell’orrore. Essenziale, a questo scopo, è la funziona della memoria storica, che deve essere ribadita anche attraverso percorsi didattici mirati che ne facciano lo strumento principe per la prevenzione delle violazioni e per la difesa dei diritti umani. Come s’impegna a fare Terra Nuova, ad esempio, da oltre tre anni, con le scuole e con il  Master "Educazione alla Pace, Cooperazione Internazionale, Diritti Umani e Politiche dell'Unione Europea" – presso l’Università di Roma Tre.

L'orrore è qualcosa che stritola, che distrugge. È come se mi avessero strappato dei figli e sono qui, trepidante ancora, e vorrei difendere tutti.

Così scriveva in un biglietto “clandestino” Enrica Filippini Lera, reclusa nel carcere di Regina Coeli entro il quale assistette impotente al prelievo coatto dei prigionieri politici, presto trucidati, di lì a poco, alle Fosse Ardeatine.

E’ a questo che serve la memoria: a difenderci tutti!