Restiamo umani. Sempre
Le vicende riferite al sequestro di cooperanti e operatori di ong da parte di gruppi armati irregolari non sono, in assoluto, una novità.
Nell’ultima manciata di mesi però, come italiani abbiamo vissuto il sequestro e successiva liberazione di Francesco Azzarà (operatore Emergency, in Darfur); il sequestro tre mesi fa di Rossella Urru (di CISP) insieme ad altri due cooperanti europei nel Sahara Occidentale, di cui ancora non si hanno notizie; e ora il rapimento di Giovanni Lo Porto e un suo collega di origine tedesca nel Panjab pakistano. E, nonostante il silenzio-stampa, il ricordo della vita e dell’assassinio di Vittorio Arrigoni resta per noi sempre impresso nella memoria.
E ancora, solo pochissimi giorni fa, il 17 gennaio, è stato ucciso il medico Alemayehu Seifu, direttore dell’ong AMREF per il Sud Sudan; mentre il 13 ottobre sono state rapite in Kenia tre donne di cui due dottoresse spagnole di Medici senza Frontiere, e ancora non si hanno loro notizie.
Al di là delle differenze dei contesti e delle situazioni, e anche delle intenzionalità di rapiti e rapitori, appare sempre più chiaro che gli operatori di pace sono considerati dei nemici e una “merce di scambio” nella variegata galassia dei movimenti integralisti che fanno della lettura restrittiva di una religione, una ragione per uccidere e usare violenza.
Nella stagione dei “conflitti ad alta intensità” che ha preso il posto della guerra fredda e dello sgretolamento del mondo unipolare, secondo i fondamentalisti non deve esserci spazio per organizzazioni che dimostrino con l’agire quotidiano l’assurdità di “scontri di civiltà” e muri divisori. E a questi fanno eco anche le dichiarazioni dei centri militari occidentali (nubi di guerra si addensano apparentemente sull’Iran), con messaggi che finiscono per essere analoghi. E allora “restare umani”, è il ribadire la centralità dell’esperienza della solidarietà e della cooperazione (quella fatta realmente a favore della gente) nella costruzione di un domani dove si ascoltino e si costruiscano insieme risposte ai problemi veri di miliardi di persone. E’ la possibilità di costruire insieme ‘ponti’ e risposte ai problemi veri: l’accesso all’istruzione, all’acqua potabile, il diritto al cibo e alla salute.
La liberazione delle persone sequestrate è la nostra prima speranza. Il rispetto da parte di forze belligeranti, regolari e irregolari, di uno status non scritto, ma evidente, di persone non belligeranti quali sono gli operatori di pace, la seconda. Che la diplomazia dei popoli possa riprendere voce, un’ulteriore. “Restiamo umani” non significa accettare la realtà e le sue perversioni, ma è condizione per continuare a mettere al centro la vita. Di tutti, ma in primo luogo del 99% degli abitanti del pianeta.