NASCE L'OSSERVATORIO PIANO MATTEI. TERRA NUOVA TRA I PROMOTORI

Con 5 miliardi e mezzo di investimenti, 76 progetti nei 18 Paesi africani coinvolti, al Piano Mattei per l’Africa va riconosciuto di aver risvegliato l’attenzione della politica estera italiana verso l’Africa, e di aver provato a immaginare un approccio coordinato verso questo continente così vicino ma a lungo ignorato. Le audizioni parlamentari in corso - a seguire la Terza Relazione governativa sullo stato di attuazione del Piano trasmessa alle Camere il 3 luglio scorso - svolgono pertanto l’essenziale funzione di approfondire nelle sedi istituzionali una disamina collettiva e di competenza sulla attuazione del Piano Mattei, allo scopo di qualificare il dialogo pubblico, ancora decisamente insufficiente, sulle sue finalità e modalità attuative.

L’Osservatorio sul Piano Mattei / Mattei Plan Watch è una piattaforma - che include società civile, mondo della ricerca e testate giornalistiche - nata nel 2026 per monitorare questa operazione di partenariato italo- africano con rigore scientifico e spirito di adesione alla realtà dei Paesi coinvolti. Uno dei principali intenti dell’Osservatorio è coinvolgere in questo monitoraggio competenze e voci africane finora ignorate. Dopo una analisi collettiva della Terza Relazione governativa, e in concomitanza con l’importante passaggio istituzionale, l’Osservatorio espone qui in sintesi i principali elementi di criticità, rappresentati in sede di audizioni da alcune delle organizzazioni promotrici:

 1. Trasparenza: un traguardo ancora lontano

Malgrado il maggiore sforzo informativo rispetto al passato, l’esercizio di trasparenza rimane del tutto insufficiente a restituire un quadro comprensibile e monitorabile.

Non è chiaro, ad esempio, quante risorse della cooperazione siano computabili come Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS), e quale sia la quota di blended finance, indispensabile a comprendere modalità e vantaggi a favore del settore privato nelle transazioni previste dal partenariato tra Italia e Africa. La questione cruciale è garantire che il coinvolgimento del settore privato nella cooperazione allo sviluppo produca realmente valore sociale per le comunità locali, e non si traduca nella mera apertura di nuovi mercati per le grandi imprese italiane.

A fronte del vincolo giuridico in relazione al finanziamento per il clima, la Terza Relazione presenta numerose lacune sull’impiego del Fondo italiano per il Clima1, evidenziate peraltro anche dalla Corte dei conti in una recente relazione sulla gestione del Fondo Clima (11 maggio 2026). La Relazione non chiarisce le modalità operative del Fondo, né la strategia di transizione dalle fossili alle rinnovabili. Mancano dettagli di priorità tra investimenti di mitigazione e adattamento, di copertura perdite e danni. I Paesi destinatari presentano fattispecie di elevata rischiosità. Nulla emerge inoltre sugli ostacoli procedurali legati ad adempimenti normativi nazionali e vincoli regolatori non facilmente applicabili nei contesti dei Paesi destinatari. In maniera preliminare alla nascita dell’Osservatorio sul Piano Mattei, alcune realtà si erano già mosse in maniera sinergica per fare emergere le serie perplessità che esistono su uno dei primi progetti finanziati dal Piano Mattei, cioè “sviluppo di filiere agricole per biocarburanti avanzati in Kenya”, che ha visto destinare a Eni 75 milioni del Fondo Italiano per il Clima.

Inchieste giornalistiche, rapporti pubblicati e le interlocuzioni con gli agricoltori locali hanno riportato una realtà non conforme agli obiettivi del progetto finanziato: peggioramento del reddito, raccolti non ritirati, condizioni contrattuali diverse a seconda della contea, impoverimento della resa, competizione con la filiera alimentare.

 In assenza di un quadro completo di trasparenza, con indicatori e strumenti di misurazione degli interventi e dati sui beneficiari, è impossibile fissare uno schema di accountability e organizzare una valutazione attendibile dei risultati sui modelli di sviluppo che il Piano intende perseguire.

 2.  Perimetro degli interventi incerto e incoerenza negli aggiornamenti

Nella lettura diacronica delle tre relazioni governative emerge una sostanziale incongruenza nelle modalità di rendicontare i progetti avviati, incluse evidenti omissioni anche di progetti strategici, come nei seguenti esempi:

Il Corridoio Meridionale per l’idrogeno (SouthH2Corridor) presentato nel 2024 dal governo “nello spirito” del Piano Mattei. Il governo italiano ha firmato a Roma una dichiarazione d’intenti con Tunisia, Algeria, Germania e Austria a gennaio 2025. Da allora non si rilevano aggiornamenti. Eppure, si tratta di un “Progetto di Interesse Comune e di Mutuo Interesse” presentato alla Commissione europea. Non è dato rintracciare quanto il Governo italiano stia spendendo per questa infrastruttura (3.300 km) e quali siano i canali di finanziamento per sostenerne la realizzazione.

La costruzione e modernizzazione del Porto di Misurata in Libia, un’operazione di 2,7 miliardi di dollari, la cui valenza trascende la dimensione economica per puntare a un riposizionamento geopolitico dell’Italia in una regione sempre più instabile. L’intesa, riportata dalla stampa, si inquadra perfettamente nella logica del Piano Mattei, che punta alle infrastrutture come leve essenziali per intrecciare interessi economici, presenza politica e stabilizzazione regionale. Del progetto non c’è traccia nella Terza Relazione. La partnership di cooperazione sanitaria in Marocco, presentata a Rabat e Casablanca a maggio 2024 nel quadro del Piano Mattei, promossa dalla fondazione marocchina Mamma Sofia e patrocinata dalla Presidenza Italiana del Consiglio dei ministri. Il progetto compare nella Prima Relazione, salvo scomparire dal radar nella Seconda e Terza Relazione, e dal sito del Piano Mattei.

I tavoli tecnici tematici, presentati nella prima relazione con funzione di affiancamento alla Cabina di Regia, al fine di condividere le azioni programmatiche dei diversi ministeri coinvolti, sono scomparsi. La Prima Relazione riferiva dell’esistenza di un Tavolo Tecnico di Coordinamento per la Sicurezza Energetica, convocato ben 5 volte tra gennaio e luglio 2024: se ne sono perse le tracce, senza che sia chiarita la partecipazione o le decisioni assunte.

 

  1. 3.  Marginalizzazione delle professionalità e competenze africane

Le componenti della società civile africana, e delle comunità di pratica, sono state sostanzialmente escluse e marginalizzate nell’attuazione del Piano Mattei. Già alla vigilia del Summit Italia-Africa del 2024 una lunga lista di attori della società civile africana ha espresso serie preoccupazioni per l'attuale formulazione del Piano, denunciando opacità di governance e finalità dettate da logiche di interessi esterni, sostanzialmente

orientati alla estrazione di valore commerciale e finanziario, con tratti neocoloniali.2 La richiesta di

trasparenza, partecipazione e inclusione della società civile del continente è stata finora disattesa, gli attori socialmente radicati nei 18 Paesi del Piano restano emarginati.

4. Distanza profonda tra analisi dei problemi e soluzioni proposte

Questa criticità emerge in numerosi passaggi della Terza Relazione. Ad esempio:

Nella narrazione sulle terre degradate (degraded lands), citate più volte nella Terza Relazione, non si fa alcun riferimento alle cause strutturali della vulnerabilità della filiera agricola dei Paesi africani in esame. La nozione stessa di degraded lands risulta ambigua; l’ampia letteratura in materia di partnership pubblico-private evidenzia l’iterazione nell’uso di questa terminologia per giustificare l’intervento di attori privati esterni, in genere del tutto estranei ai contesti e alle difficoltà di comunità e settori produttivi locali, spesso per operazioni di finanziarizzazione.

Nell’ambito che attiene all’utilizzo delle risorse idriche, tema di “resilienza” identificato nell’ultimo vertice Italia-Africa, il progetto nella provincia del Timimoun (Algeria), dove è prevista la coltivazione fino a 36 mila ettari di grano duro e mais, presuppone il ricorso a un elevato numero di pozzi per l’irrigazione in un’area caratterizzata dalla presenza di falde acquifere profonde, risorse che sono in larga parte non rinnovabili o caratterizzate da tempi di ricarica lunghi. Il contratto di progetto non è accessibile, dunque è impossibile evincere da dove verrà estratta l'acqua per irrigare simili estensioni di grano e mais nel Sahara. Emergono seri interrogativi sulla coerenza tra un intervento agricolo di questa scala e il tema di resilienza identificato.

 

5. La partita del debito: quale conversione?

Il Piano Mattei scommette sull’obiettivo di “ridefinire il rapporto tra una Nazione europea e il continente africano su basi radicalmente diverse da quelle del passato, abbandonando la pura logica del dono e dell’assistenza per costruire partenariati fondati su interesse reciproco, co-progettazione e rispetto dell’autonomia delle controparti”. Il tema del debito è questione centrale in questa partita. Ben 11 dei 18 Paesi selezionati – non sappiamo con quali criteri - sono fortemente indebitati, 15 su 18 attraversano una crisi del debito, 9 rientrano nella lista dei Paesi meno sviluppati (Least developed countries, LDCs) dell’ONU. La Terza Relazione dedica poche righe alla misura di conversione del debito spalmata su dieci anni, senza menzionare i Paesi ai quali è rivolta, e senza spiegare le modalità della conversione. Non sappiamo se si intenda creare un fondo di contropartita o concedere l’affidamento ad un ente terzo. Finora, il comitato tecnico ha deliberato risorse per 1,2 miliardi di euro in meno di due anni.

 

Nel corso di quasi tre anni di attuazione del Piano Mattei, la società civile italiana e africana ha più volte sollevato richieste puntuali: definizione di appropriate misure di salvaguardia e reclamo, reale coinvolgimento e partecipazione, trasparenza delle iniziative realizzate.

Queste richieste, ad oggi, non hanno trovato alcun riscontro, rileva l’Osservatorio.


I promotori dell’Osservatorio (in ordine alfabetico):

ActionAid international Italia E.T.S, Altreconomia, A Sud, Azione Terrae, Centro Internazionale Crocevia, CGIL, Fairwatch, Fondazione Finanza Etica, Greenpeace Italia E.T.S, Nigrizia, ReCommon, Society for International Development (SID), Terra Nuova, Transport & Environment Italia, WWF Italia, Valori.

 

Comitato scientifico:

Centro di ricerca ACUTES (Università di Milano), Emanuela Beacco (avvocata del Foro), Maura Benegiamo (Università di Pisa), Valerio Bini (Università di Milano), Mariasole Pepa (Università di Padova).Per ulteriori informazioni: Andrea Turco, 327 0987994 andreaturco09@gmail.com

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1 Il Fondo è il principale strumento italiano di finanza pubblica per il contrasto ai cambiamenti climatici a favore di Paesi del Sud globale individuati dall’Ocse come beneficiari della finanza climatica, e rimanda ad un impegno vincolante verso l’ambiente e la cooperazione allo sviluppo assunto dal nostro Paese con la ratifica della Convenzione quadro delle Nazioni Unite e dell’Accordo di Parigi. L’Italia, in qualità di firmataria della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico (“UNFCCC”), del Protocollo di Kyoto, dell’Accordo di Parigi, e di Paese classificato come sviluppato ai sensi dell’UNFCCC, ha l’obbligo di fornire sostegno finanziario ai Paesi in via di sviluppo, al fine di favorire e accelerare l’attuazione delle politiche climatiche.

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